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| Una
vita in un attimo è il secondo romanzo pubblicato da Raffaele
Castelli. E' la storia di un giovane falegname che giunge a Milano per
il servizio militare. E lì trova la donna della sua vita. Quando
parte l'intreccio dei fatti ed eventi che terminano con il racconto
dello
stesso protagonista ai suoi due nipoti, ormai vecchio e seduto sulla
stessa
poltrona un tempo costruita per ospitare l'amica della sua prima
moglie.
Quindi buona lettura. Qui c'è un breve riassunto, la quarta di copertina, il sommario e le prime delle 368 pagine del romanzo. E' possibile acquistarlo in ogni libreria d'Italia, con il codice ISBN 978-88-488-0814-9, oppure direttamente via internet cliccando qui. ![]() RiassuntoL'amore per la famiglia, mai al completo, il sogno di un lavoro onesto, ora a portata di mano, l’amicizia con i vicini di casa, fanno da guida a Giuseppe. Che vive situazioni di ogni genere nella sua tormentata esistenza. Fino alle sorprese. In un mondo di personaggi che fanno da contorno alla sua infanzia, alla sua gioventù, ai suoi ricordi. Quelli che gli appaiono, come immagini reali, quando crede di stare sul punto di perdere la vita.In
quegli interminabili attimi gli ricompare il suo passato, lo
riassapora,
lo rivive. I compagni di scuola e di giochi, gli amici, quella
ragazzina
che gli fece palpitare il cuore. Tutto come presente. Mentre le rondini
volteggiano nel cielo terso di una calda estate.
Allora
ci si rende conto di quanto sia misurabile il tempo, come percepirlo e
valutarlo. Quella che è un’intera vita si svolge in un unico istante.
E il racconto è bello, anche nelle tristezze, quando hai due bambini
che ti ascoltano. Seduti accanto.
Il
romanzo narra la storia di un ragazzo che, durante il servizio
militare,
si innamora di una donna del nord e da lì parte la sua avventura.
Lei non ha una madre, o almeno crede. La troverà quando non potrà
più abbracciarla e lascerà il marito e il figlio nella mani
di un’amica. A vivere al sud.
Ambientato
negli anni in cui non ancora c’era il consumismo il romanzo descrive,
anche
in maniera comica, i personaggi e i fatti di quel tempo. E mantiene il
lettore interessato fino all’ultima pagina, tra momenti di sentimento
struggente
e altri di gradevole allegria. Da gustare con la partecipazione di chi
crede che, davvero, la nostra vita non sia poi tanto più lunga di
un attimo.
Sommario Capitolo
1 – Mariella
Capitolo 1 – Mariella (estratto, per scaricare il primo capitolo intero clicca qui) Mariella si alzò dal suo tavolo e mi venne incontro in tutta la sua pura bellezza di donna giovane e umile. Mi sorrideva e mi abbracciò. Le mie labbra toccarono involontariamente il lobo del suo orecchio destro. Era profumato e delicato. Mi venne voglia di baciarlo, ma mi trattenni per rispetto di quell’anima candida e gentile. Sentivo il suo corpo, toccandolo dietro la schiena e questo mi riempiva di gioia perché mi sembrava una persona da scoprire nelle sue qualità mentali e fisiche. Mariella mi piaceva. Non sapevo come ammetterlo a me stesso, ma intuivo che era così. Riconoscevo il sentimento che avevo provato per alcune compagne del liceo e ne ero piacevolmente sorpreso. Il suo sorriso poi era quello che cercavo in una ragazza, i suoi occhi verdi e profondi quelli che volevo che mi guardassero, senza parlare. Non c’è bisogno di dire parole quando si comunica con lo sguardo e l’intensità del suo era un libro da leggere e gustare fino in fondo, in quella giornata di sole primaverile. Facevo
il militare a Milano. L’estate scorsa avevo appena finito il classico,
avevo la licenza, ma non c’erano soldi per continuare gli studi
all’università.
Così avevo deciso di partire per il servizio di leva e mi era capitato
un vero gentiluomo come capitano della compagnia. Si chiamava Franco ed
era nata una buona amicizia per la ragione che avevamo gli stessi
interessi
nel sociale. Lui era amico di fra Filippo che dirigeva l’Opera San
Francesco
per i poveri. Avevano studiato insieme al seminario e volevano farsi
entrambi
preti. Poi Franco aveva abbandonato perché la sua vocazione non
gli era parsa completa e si era iscritto a ingegneria. Ma aveva anche
lì
lasciato per darsi alla carriera militare. Gli era rimasta la passione
per aiutare il prossimo e non faceva mancare il suo aiuto per fra
Filippo
che lavorava sodo per mandare avanti, unicamente con le offerte e il
volontariato,
l’organizzazione.
Franco
era un giovanotto di meno di trent’anni, simpatico nei modi e cortese.
Svelto nel parlare, forse anche troppo perché talora doveva ripetere
il suo discorso fatto con eccessivo accento pugliese, lui che era
originario
di Alberobello, il mitico paese dei bianchi trulli. Nel comportamento
aveva
il calore umano dei ragazzi del sud, ma la sua bontà andava oltre
ed era rispettato da tutti noi militari. Nessuno gli disubbidiva una
volta
che l’aveva conosciuto, per nessuno mai una punizione. Camminava con
passo
rapido e sicuro, alto e ben piazzato fisicamente, talora giocava anche
a pallone con noi nel campo di calcio della caserma. Era una schiappa,
ma si divertiva come un bambino e ci faceva davvero molto piacere
averlo
come compagno di passatempo. Vedevo spesso il colonnello che lo
guardava
dall’alto, dal buio della finestra del suo ufficio, bloccato come una
statua
su una nicchia di un monumento romano, incorniciata dall’infisso verde,
non troppo convinto di quel comportamento, ma non diceva mai nulla
perché
la compagnia di Franco era sempre la migliore in tutto. La camerata era
la più ordinata, i commilitoni erano i più solleciti nelle
adunate, i più puliti nei servizi in cucina, i più fidati
a cui assegnare qualunque compito. Il nostro capitano era un “mito”,
così
lo chiamavamo tra di noi. Io lo chiamavo semplicemente Franco anche se
lui mi pregò di farlo solo quando eravamo soli: sempre “capitano”
davanti agli altri.
Franco
mi aveva fatto conoscere fra Filippo che rimase ben soddisfatto della
mia
pur saltuaria presenza presso l’Opera a dare una mano ai molti
volontari.
Era poi un’allegria quando mi vedeva, praticamente sempre, portare
delle
capienti buste piene di frutta avanzata in caserma. Tutta roba intera,
però. I miei compagni sapevano che cosa ci facevo con le mele che
non mangiavano. Franco mi aveva concesso di prenderne dai vassoi quando
un militare lasciava la sua razione di frutta. Avevo capito che molti
se
ne privavano spontaneamente e ne raccoglievo puntualmente vari chili da
portare via. La bontà era contagiosa e si spandeva come l’olio a
partire da Franco il capitano. Molti altri militari venivano con me,
soprattutto
la domenica. Era una festa aiutare i poveri. Molti ormai li conoscevamo
non solo di viso, ma per nome e scambiavamo delle battute ogni volta a
pranzo.
L’edificio
dell’Opera era ad un solo piano, costruito con tanti sacrifici e con
pochi
denari. Vi era una grande sala da pranzo dove si riusciva a far da
mangiare
anche a duemila persone, a turno, in uno stesso giorno. Le larghe
finestre
davano su un cortile dove restavano ordinatamente in file coloro che
dovevano
entrare subito dopo. Mi sarei aspettato un vocio assordante invece i
commensali
erano taciturni e si udivano solo i ticchettii delle posate e dei
bicchieri.
Quando passavo per i tavoli, spesso insieme a fra Filippo che era
sempre
sorridente, vedevo le persone che alzavano gli occhi verso di noi senza
dire una parola, ma ringraziandoci con un cenno del capo. Io ero molto
meno degno di questa gratitudine, ma accettavo con piacere. Mi sentivo
ancora più carico di darmi da fare per alleviare i dolori di quei
poveri disgraziati.
La
cucina era adiacente e collegata con un grande locale dove venivano
depositate
le derrate alimentari. Non vi era giorno che non arrivassero scatoloni
di pasta, bottiglie di olio e di salsa, verdure in cassette, frutta e
ogni
ben di Dio per preparare i pasti. Tutto rigorosamente offerto dai
cittadini,
da qualche industria, dai grossisti del mercato ortofrutticolo. Ma non
bastava mai perché erano sempre più numerosi coloro che chiedevano
un piatto caldo. C’erano anche di fuori regione, del sud, venuti in
cerca
di lavoro e di una vita migliore e che, invece, avevano trovato
emarginazione
e disperazione.
Vi
erano due uffici piccoli, un’infermeria ed un altro locale dove
venivano
conservati materiali non commestibili. Negli ultimi tempi era stata
ampliata
la zona dei servizi igienici. Erano state aggiunte delle docce che
lavoravano
a tamburo battente tutto il giorno. Non era un caso che il consumo di
metano
per l’acqua calda fosse decuplicato e servivano altri fondi per pagare
le spese. Fra Filippo aveva mille risorse. Diceva che la Provvidenza ci
aiuta sempre e aveva ragione perché nei momenti più bui appariva,
puntualmente, un santo uomo o una santa donna che versava denaro sul
conto
corrente. Tutto organizzato benissimo. L’Opera si dedicava anche a
fornire
vestiario pulito a chi lo chiedeva e ne aveva bisogno, scarpe, anche
qualche
paio di occhiali per chi non vedeva bene, oltre a cestini da pranzo da
portare via.
Fra
Filippo aveva sempre la bocca semiaperta, non come uno sciocco, ma come
chi volesse essere pronto ad ascoltare meglio ciò che gli si diceva.
Per prestare maggiore attenzione e rispondere a tono. A fronte della
sua
passione per fare tutto c’era anche una enorme confusione che gli
faceva
sbagliare quando non era ben diretto soprattutto nelle azioni manuali.
Lui aveva tutta l’attrezzatura da falegname, da idraulico, da
calzolaio,
da elettricista, da muratore e da ogni altro tipo di artigiano. Diceva
che bisognava avere tutto per poter lavorare e poi, se qualche anima
buona
avesse voluto prestare la propria opera, doveva trovare gli attrezzi
pronti.
La
betoniera praticamente era sempre in moto a impastare malta e
calcestruzzo.
L’Opera era un continuo cantiere. Fra Filippo, che non aveva mai voluto
togliere il lungo saio marrone per i pantaloni, lo dovette fare quando
si trattava di lavorare con le mani per evitare di imbrattarsi.
Allorché
si presentavano i bambini aveva un biscotto da dare loro, non so da
dove
lo prendesse, come un mago dal nulla o dalla manica. Del resto era
portato
per i giochi di prestigio e durante le feste organizzava all’aperto
delle
ore di intrattenimento dove si esibiva con le carte o con altri
materiali
minuti. Ricordavo l’ago che si infilava sulla fronte e poi tirava via
dal
retro della testa. Mi spiegò il trucco che consisteva nell’agganciare
quello leggermente sotto la pelle del dito, in modo che rimanesse lì
attaccato. Poi dovunque andava la mano l’ago era sempre presente.
Ridevano
anche i grandi e lui stesso che applaudiva prima di tutti.
Riciclava
ogni cosa: carta per scrivere che usava sul lato opposto, penne biro
che
riusciva a riempire nella cannuccia di un inchiostro fatto da sé,
sedie che rendeva anche semoventi inserendovi delle ruote, come nel suo
ufficio, mobili di ogni genere, elettrodomestici qualsiasi. Questi
ultimi
non sempre li aggiustava, ma li faceva diventare altro con grande
ingegno
e fantasia, come l’affettatrice per il pane. L’aveva ricavata da un
vecchio
motore di lavatrice. La lama era nuova e per alimenti, ma tutto il
resto
apparteneva ad altre attrezzature. In mano a fra Filippo tutto
riacquistava
la vita, anzi la seconda, anche i poveri che ogni giorno venivano a
visitare
la sua mensa.
La
cuoca, Iolanda, stabilitasi a Milano da giovinetta proveniente da
Atessa,
un piccolo centro abruzzese, veniva a lavorare gratis tutti i giorni,
tranne
quando non si sentiva bene, cosa che accadeva molto di rado. Diceva che
Iddio le desse tanta salute per continuare a dare il suo apporto ai
bisognosi.
Non solo lei recuperava panni presso le famiglie del suo rione, ma poi
dell’intera città di Milano, quanto faceva anche delle profumate
pagnotte di pane ogni sabato sera per portarle all’Opera la domenica
mattina.
Era una donna piuttosto bassa e magra, ma vispa come una vespa attorno
ad un fiore. Sembrava che non sorridesse mai, ma talora non poteva
farne
a meno quando le esponevo, con dovizia di particolari, ma conoscendola
aggiungevo anche del mio, i comportamenti comici di fra Filippo, del
suo
amico Franco in caserma e dei miei commilitoni.
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