Narrativa
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Un uomo nella notte
romanzo
di
Raffaele Castelli

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Un uomo nella notte è il nono romanzo pubblicato da Raffaele Castelli.  
E' la storia di Clotildo che, a causa di un incidente di moto, è costretto a vivere di notte in quanto non può vedere la luce del sole. E non ricorda il suo passato se non a flash. E lo vuole ricostruire perchè ha una foto di una bella ragazza accanto a lui e un biglietto da visita di una pensione di un paese del Lazio. Ambientato a Matera, il romanzo racconta ciò che accade in una città di notte, con fatti gustosi e comici. 
Quindi buona lettura.  
Qui c'è un breve riassunto, la quarta di copertina, il sommario, i personaggi e le prime delle 296 pagine del romanzo.  
E' possibile acquistarlo in ogni libreria d'Italia, con il codice ISBN 978-88-488-0974-0, oppure direttamente via internet cliccando qui. 
 

Riassunto

A Clotildo erano successe tante cose ma mai avrebbe creduto
di dover vivere di notte. Per via del malanno alla vista
dovuto all’incidente con la moto. E la memoria quasi persa
e da ricostruire con lunghi interventi nei tasselli del
passato. Gli stessi che si appuntava a farli combaciare fino
al ricordo di Maida, quella ragazza di Montefiascone che non
aveva bene in mente, solo una foto con amici.
Poi si abituò al mondo del buio, con una vita al
contrario, giacché dormiva di giorno e usciva dopo cena,
quella che era il suo pranzo. E fino al mattino, quando
tornava a casa prima del sorgere del sole che non doveva
colpire i suoi occhi delicati. E in quei mesi scoprì come
la sua Matera ci fosse ugualmente, tra l’oscurità, dove
gli animali viaggiano comodamente e dove si nascondono
uomini di ogni genere. E gli uccelli, i cani, i gatti, i
topi diventano i suoi compagni di scena. Oppure le
scorribande di chi ha amanti, chi festeggia, musiche di
altri tempi, buontemponi, equivoci e decisioni politiche.
Oltre a un amico fraterno che lo accompagna spesso, finché
può, poi va a dormire e lo lascia solo. O con le poche
parole scambiate con il gemello mai nato, quello che morì,
a detta di sua madre, o con Aidi, la ragazza bellissima del
nord, che appare e scompare nel giro di poche ore.
Poi Clotildo si decise, sempre di notte, a tornare a
Montefiascone, alla ricerca della sua Maida. Non la trovò
ma le lasciò una lettera. E gli occorrevano tanti soldi
per un’operazione che gli avrebbe potuto riconsegnare il
giorno. Sperava.
 

Sommario  

Capitolo 1 – Il fisico 
Capitolo 2 – Maida 
Capitolo 3 – Sentinella 
Capitolo 4 – Pronti per il viaggio 
Capitolo 5 – Partenza 
Capitolo 6 – Un botto al ristorante 
Capitolo 7 – Amsterdam 
Capitolo 8 – A casa 
Capitolo 9 – Un signore in mutande e calzini lunghi 
Capitolo 10 – Il topo e il passero 
Capitolo 11 – Ladri 
Capitolo 12 – Cani 
Capitolo 13 – Amore senza storia 
Capitolo 14 – Il bastone di novantasei anni 
Capitolo 15 – Un gatto nero 
Capitolo 16 – Bandiera rossa 
Capitolo 17 – Prima a ballare, poi gli spaghetti 
Capitolo 18 – Don Vittorio e le forme del pesce 
Capitolo 19 – Una lettera per te 
Capitolo 20 – L’estate che urlò 
 

Personaggi nominati (in ordine di citazione): 

1)    Clotildo, Clo, Tildo, l’uomo della notte 
2)    Rita, la cugina di Clotildo 
3)    Giorgione, un compagno di università 
4)    Buffalo Bill, il mitico 
5)    Maida, Nadia, la ragazza di Montefiascone 
6)    Sentinella, Serenella, la motocicletta 
7)    Gilda, il personaggio del romanzo 
8)    Antonia Paradiso, l’albergatrice 
9)    Paoletto, Paolo, il barbiere 
10)    Grazia, la cameriera 
11)    Maertens, Martino, il dottore di Amsterdam 
12)    Aaf, l’infermiera di Amsterdam 
13)    Lucio, il falegname 
14)    Giuda, il mitico 
15)    Cosimo, l’elettricista 
16)    Lele, Leluccio, l’amico di Clotildo 
17)    Vincenzo Lanfranchi, il vescovo del seicento 
18)    Pippo, il cagnolino sperduto 
19)    Kalì, la mitica 
20)    Eolo, il mitico 
21)    Giacinto, il dottore di Matera 
22)    Don Briele, don Gabriele, il pescivendolo di Bari 
23)    Mao, il mitico 
24)    Fidel, il mitico 
25)    Don Vittorio, don Vito, il pescivendolo di Matera 
26)    Giovanni Pascoli, il mitico 
27)    Wolf, Wolfang, il cane 
28)    Aidi, la ragazza austriaca 
29)    Vera, la moglie di Lele 
30)    Severina, Severa, la seconda figlia di Lele 
31)    Eluana, la prima figlia di Lele 
 

Capitolo 1 – Il fisico  (estratto, per scaricare il primo capitolo intero clicca qui)

Clotildo accelerava la sua moto lungo la strada che portava 
a Montefiascone da Viterbo. Del resto solo quindici 
chilometri aveva letto sul cartello appena all’uscita 
della città. Poco per lui abituato a raggiungere lontane 
regioni del nord nelle estati calde e afose, come quella che 
si stava avvicinando a grandi passi, al momento. Forse per 
questo dava gas, per andare via, oltre il presente che non 
gli doveva piacere se era vero che avesse preso una 
convalescenza dall’università. Or-mai già da un anno e 
non vedeva come riprendere gli studi di fisica, e mannegghia 
le foche monache. Pensò, tanto per dire. 
Quelle non le conosceva affatto, mai sentite e viste, se si 
esclude dalle discussioni, al singolare, di amici di 
architettura e di scienze naturali. Le stesse alle quali 
forse era meglio dedicarsi tempo addietro, invece che a quei 
calcoli e formule che gli avevano riempito il cervello e 
corroso una parte di esso. Certo. Fino a farlo diventare 
astemio. 
Ovvero. Il vino gli piaceva ancora, ma le cose lì, proprio 
non più. Perciò un attimo di respiro e riposo, poi fino 
a quan-do era un mistero anche per lui. In quanto al 
bicchiere, non è che ne facesse abuso, solo un goccio ai 
pasti, come le medici-ne. E un altro quando si sentiva 
giù, tanto per gradire oppure per risollevarsi, come 
faceva il suo professore quando ebbe un infarto e lui lo 
andò a visitare a casa. Contento allora il mae-stro, altro 
che, felice, più che dire. 
Perché gli offrì dell’acquavite di qualità, del tipo 
confezio-nata dopo botti di decenni a conservarla, per lui o 
quelli come lui, apposta. E rise il fisico, dandosi dei 
pugnetti sul torace, quasi a trovare quell’organo che 
tanto lo aveva fatto penare. 
«Il chirurgo, che mi ha curato, aperto, fatto qualcosa e 
guarito, mi ha detto che una dose giornaliera di questo 
netta-re altisonante fa bene. Poco al giorno, mezzo 
bicchiere da vino, ecco. E io ho seguito il consiglio» gli 
aveva detto e ricordava, mentre gli tirava i capelli di lato 
il vento di quel giorno di giugno.  
Senza casco per l’occasione, che vuoi che siano dieci 
minuti di cammino, anche poco traffico da queste parti, si 
era rassicurato, per andare così fino al traguardo. Poi si 
era ancora perso nel caso del suo professore. 
«Allora è vero che poco non fa male!» aggiunse lui, 
tanto per mantenere la discussione accesa.  
Quello era ridotto leggermente, nel fisico e nello spirito, 
anche se non dava a vederlo. Si incoraggiava da sé, 
parlava, accanto al camino spento, quasi a tenerlo vivo con 
le parole, oppure per abitudine. Dove doveva spostare le 
poltrone? 
«Non ho cambiato nulla di questa casa, come era prima 
dell’intervento. I libri di là, a portata di mano, leggo 
spesso, quando è inverno soprattutto. Ora di più per le 
poche uscite di casa che mi aspettano, credo. Perciò anche 
un po’ di whisky. Che ne dici?» al riguardo. 
«Appunto, chiedevo se sia vero che mantiene le arterie 
li-bere. Le pulisce, fa scorrere meglio il sangue nelle 
vene… anche» per non creare confusione tra le une e le 
altre. E anco-ra con la storia della fisica e delle scienze. 
Anche per il fatto che una ragazza di quella facoltà gli 
a-veva tirato il filo per un bel po’, quasi anche 
amoreggiato. Gli pareva che fosse bello così, tenersi un 
tantino distanti ed es-sere, nello stesso tempo attratti. 
Per mantenersi in forma e credere che potesse nascere 
qualcosa d’interessante. Con le settimane e i giorni. Non 
si azzardava a ritenere che fossero indispensabili i mesi, 
giacché aveva capito che quelli sono mortali per 
l’età. La loro del momento. Ovvero. 
Adesso con i suoi trentaquattro anni non aveva più la 
testa alle donne. Non che non gli piacessero. Clotildo era 
un ragazzo con i fiocchi. Capelli scuri, molto, come la 
barba, qua-si incolta, invece curata abbastanza, solo a un 
occhio rapido non sarebbe venuto in mente che lui la 
considerava un arredo della faccia. Ci rise anche quando se 
la toccò, mentre marcia-va sotto il sole, in quarta, mezzo 
acceleratore, non scherzia-mo. Quella ha i cavalli sotto, 
non gli asini. Cinquecento di cilindrata, giapponese, lucida 
più del salotto di casa. Tenuta in garage per tanto. Tutto 
l’inverno, tranne qualche uscita di primavera era quello 
il primo viaggio di una certa lunghezza. E ci voleva. Ne 
sentiva il bisogno. 
Anche per riprendersi da quella specie di depressione. 
Od-dio, non andiamo troppo al di là, ma un tantino, un 
inizio, oppure comincia proprio così. Subdola, lenta, 
silenziosa, affet-tuosa, forse e amica all’apparenza, 
invece pericolosa. Cosicché quando è tardi te ne 
accorgi. E allora non ti resta che affidarti l’anima a 
qualcuno, oppure servirti degli altri, se ne hai. Se ci sono 
amici e parenti. 
Ah, ecco. I parenti. Tutti morti. Clotildo aveva perso i 
ge-nitori da un po’, uno dopo l’altro. Rimasto solo, 
praticamente, senza fratelli e sorelle. Anzi c’era una 
zia. C’era, ora andata anche lei, da gennaio scorso. E, 
con quella, partita anche la residua quantità di speranza. 
La sola che lo avesse aiutato a sopravvivere nei frangenti 
passati, tristi e commoventi. Per gli altri. 
Per lui solo destino, oppure eventualità che non sapeva 
di-stinguere perché venute a incontrarlo. Forse per 
misurare le sue altre capacità. Se ne aveva!? O per 
misteri della natura. Certo. Ogni volta che non si conosce 
il motivo di un avveni-mento si guarda al cielo, al fato, 
indescrivibile e inconoscibile. Oppure ancora oltre, dove 
lui non ci andava mai, con il pen-siero. Non ci credeva, che 
doveva fare? 
Veramente più che non credere non si poneva la domanda, 
quasi che fosse troppo difficile una risposta per noi umani. 
Meglio accarezzare gli animali. Quelli sì, che sanno come 
ci si comporta tra di loro e con noi altri, aveva pensato. 
Proprio mentre di lato alla strada, lunga e diritta, come 
sembrava, c’erano delle pecore che belavano la loro 
disapprovazione per il ciclista motorizzato. E che? Così 
si passa, senza nemmeno salutare? Alzare una mano, degnare 
di uno sguardo meno superficiale, approfondito, magari, 
considerato che, molto probabilmente, non ci si sarebbe 
più rivisti? E quando doveva capitare ancora a Clotildo di 
trovarsi da quelle parti e osservare un gregge che bruca? 
Mai, si disse. Oppure, e sorrise non disturbato dal fatto. 
Cosa che, invece, gli fece dubitare che la sua speranza 
fos-se scemata davvero. Forse solo apparenza, momento di 
scon-forto, come quello passato dopo la scomparsa della zia. 
Ecco, sì. Doveva essere proprio così. Che poi tutto si 
sarebbe aggiu-stato e passato. Speriamo.  
Certo c’era sempre il fatto che gli studi non andavano 
a-vanti, magari come quella moto di lusso. E rise ancora, 
questa volta considerando la pecora che si era alzata a 
vedere il passeggero solitario, insieme a quella che belò, 
per risposta e per amicizia. 
Gli era tornato il buon umore, anche se, per forza di cose, 
aveva dovuto ingurgitare pure la faccia del professore 
malato e intervenuto. Non solo nei suoi pensieri. Macché. 
Aveva su-bito l’intervento, ecco. E quasi guarito. Quasi, 
davvero. Porca miseria. E gli tornò un attimo di 
tristezza. 
Meno male che vedeva già le case, il panorama, il lago di 
Bolsena laterale, i campi già pronti per il raccolto, zone 
ricche queste, anche di vino. Est Est Est. Così gli 
avevano detto. Lui aveva bevuto un tempo quel tipo. Lo 
vendevano imbottigliato nelle cantine della sua zona, 
frizzante e rosso. Quasi con la gassosa già 
preconfezionata all’interno. Adatto alle donne, si disse. 
Lui preferiva roba secca e forte, ecco. Come quella del suo 
professore, pace all’anima sua. 
Sì, perché non era guarito del tutto, sempre in 
pantofole e vestaglia. Una mezza giacca color canna da 
zucchero, oppure tabacco chiaro, non l’aveva presente al 
momento per disturbo della solita pecora. Pareva che si 
fosse fermato a guardare. Lui che non proseguiva con la moto 
e lei che non accennava a cibarsi di erba ulteriore. Per 
questo. Entrambi bloccati nel tempo della pianura calda, 
assolata, colorata. 
Ciabatte, meglio precisare. Aperte dietro che scivolavano 
sul parquet, come se avesse voglia di lucidarlo senza 
l’assillo della governante che interveniva ogni volta che 
c’era un ospi-te. A sproposito, perché come doveva 
prendere un tè chi abbia appena bevuto superalcolici? 
Oppure era giusto anche così? 
Lo aveva detto al discepolo rimasti, anche allora, a 
guar-dare gli eventi, che non andavano oltre. Poi, ma solo 
quando quella avvertì, si procedette con calma e silenzio. 
«Posso andare professore?» come se fosse un’alunna che 
cerca il bagno, delle scuole medie, più o meno.  
«Vai, vai, vai…» e non aggiunse, ma voleva dire anche 
il resto, mentre si tirava indietro quella chioma bianca e 
folta che gli doveva dare un mucchio di fastidio. 
«Perché non la taglia?» aveva chiesto l’impertinente 
Clo-tildo. 

«Che cosa? La governante?» 
«No, no, dicevo i capelli…» 
«Ah. Bene mi sento protetto. Come anche se mi 
nascondessero alla vista della gente e quella mi dà più 
noia di questi. Non ci credi?» 
«Sì, perché no?» invece non ci credeva.  
Il simpatico studioso era un luminare. Libri in quantità 
scritti dallo stesso, testi indiscutibili delle università 
italiane e non solo. Scienza e coscienza nelle sue parole. 
Un grande, insomma. Del quale ti puoi fidare e dal quale 
puoi prendere tutto ciò che ti serve per la vita e la 
professione. E così faceva Clotildo. 
«Vedi, certe volte, quasi sempre… diciamo sempre, ecco, 
proprio così… hai bisogno di stare solo, di pensare, di 
vivere per conto tuo…» guardò la sorpresa 
dell’altro, seduto davanti alla sua poltrona, su una a un 
posto, lui semisdraiato su quel-la da tre. Gli si dipingeva 
sul volto da ragazzino fresco e in fase di improsciuttamento 
di nozioni e cultura. Lo disse an-che, allora. Usò quel 
termine che fece ridere un po’, ma poi completò il suo 
dire. Ecco, aggiunse «…ecco. Non ce l’ho con te. Me ne 
guarderei bene. A un mio allievo, il più affettuoso… 
dargli dello scocciatore, non sia mai» respirò, fece di 
nuovo il gesto di spostare i capelli lucenti come se fossero 
stati trattati con cromatina o brillantina, invece solo 
naturali. Nemmeno troppo candidi, solo sfumature, poi 
argentei. Quasi come il tubo di scappamento della moto, 
quella che al momento, allo-ra, non aveva. Desiderava, ma 
non ancora acquistata. Avven-ne successivamente, quando 
ereditò tutto. Casa, conto in banca. E problemi, come no.  
Uscirono allo scoperto dei creditori, sulla parola, pochi 
soldi, ma tanti messi insieme. Ovvero la gente che vantava, 
vista la buona fede del giovanotto. E quello chiuse tutto, 
significativamente e coscientemente, vuoi aspettarti una 
causa civile per minuscole somme? Si ci era messo anche il 
co-mune, altri enti che mandarono per un po’ solleciti 
prontamente definiti. Il fatto era che il papà non 
ricordava, nelle ultime settimane di vita. Anzi negli ultimi 
anni, adesso un po’ di confusione anche per il figlio. Che 
doveva pagare questo e quello. Certe volte entrava nei 
negozi e poi passava-no altri a sistemare. Quasi sempre la 
cugina Rita. Ecco. Forse ancora lei sarebbe stata attenta al 
ragazzo. E speriamo ancora bene. 
Dunque si parlò sulle due rispettive poltrone di velluto 
co-lor verde chiaro, molto, quasi come l’erba di agosto 
delle parti di Clotildo. Secca e mista di marroncino. 
Indescrivibile come tinta. Un misto di estate e arsura. Come 
quella che gli era arrivata dopo il whisky. Forse ci voleva 
il tè! Della governan-te. Chissà, forse anche inglese o 
indiano, buono dal sapore e dall’aroma. Caspiterina.  
«I miei studi sullo spazio sono partiti dall’esame che 
tutto si risolve rispetto alla velocità della luce» 
iniziò la lezione. Vuoi vedere che si alza e prende un 
registro o uno statino e questo mi mette il voto? Pensò 
nel frangente Clotildo. Ma solo per due secondi. Il tempo di 
deglutire l’ultima goccia del bic-chierino. Quando il 
professore già aveva da un pezzo termina-to la sua razione 
«…e quindi è possibile, alla fine, stabilire che la 
distanza, anzi lo spazio, non esiste. È una risultante 
della luce, una sua produzione, un’immaginazione che noi 
abbiamo solo a causa di quella. Se è così, come credo, 
l’universo, i multiversi che dicono esistano paralleli o 
contorti attorno al primo, in realtà non esistono» e si 
fermò a sospirare guardando il soffitto, come se anche 
lì ci fosse altra ispirazione. E si beava anche, del 
resoconto, della scoperta, ancora non divulgata. Rimasta in 
quella casa romana di alto borgo, lussuosa, quasi come la 
successiva moto di Clotildo. Bella, diciamo la verità, 
arredata con mobili di valore e pesanti, a giudicare dalle 
cornici lavorate e dai ricami e dagli intarsi. Persino le 
porte erano opere d’arte, nei vetri pure, con argo-menti 
floreali. 
Quello, così, estasiato, aspettava la formulazione delle 
di-rettive o delle critiche osservative dell’allievo, 
sveglio e acuto, quindi. 
«Quindi?» aggiunse a stimolare e incoraggiare risposte 
ar-gute. Che non vennero, non furono distillate dal cervello 
an-cora acerbo di Clotildo che, a dire la verità, pensava 
a tutt’altro. Quella visita era di cortesia, non di 
studio. Poi gli era sembrata una cosa stravagante. Troppo, 
oltre l’immagina-bile collettivo e individuale. Al momento 
non seppe dire altro. 
«Bella questa teoria!...» solo. 
Gli sembrò un po’ matto quell’oratore. Mentre ancora 
lo scrutava con i capelli che gli erano scesi di lato, a 
causa della testa reclinata a prendere le mosche non 
visibili nello stanzo-ne. Forse solo per riposare così, 
nella posizione. Ed essere richiamato all’ordine, caso 
mai, dal ragazzo spaventato. 
Invece rimasero in solitudine e in silenzio per un po’. Il 
vecchio, non del tutto, visto che ancora insegnava 
all’universi-tà, e il giovane. Ognuno per conto 
riservato, con il bicchiere vuoto questo, in attesa di 
poggiarlo da qualche parte, senza tavolinetto davanti di 
cortesia, forse sul davanzale del cami-no, abbondante e 
capace di ricevere anche quello, oltre gli altri con fiori 
secchi o finti sparsi sui tre lati. E con lo sguardo al 
lampadario l’altro, sicuramente perso nei suoi pensieri 
alti e difficili da seguire. In procinto di completare la 
formulazione dell’indagine. Da mettere su carta e 
divulgarla. 
«L’ho già stesa… sono venuti fuori circa duecento 
pagine, zeppe di formule, radicali liberi, potenze delle 
idee, virgole e uguaglianze…» ma ancora non si era 
ripreso. Osservava il vuoto, che secondo lui non esisteva, e 
parlava quasi a vanve-ra. Come stabilì Clotildo, come gli 
parve davvero, come ebbe timore che quello fosse uscito di 
qualche senno.  
Sperò che fosse solo un momento, si trattasse di 
convale-scenza, oppure di cose di poco conto, rimediabili e 
rientrabili tra ciò che è normale. Appunto. E si perse 
lui, al riguardo. 
Perché si soffermò sulla normalità del mondo. Poi sul 
senso e il nonsenso. Che c’è il secondo e non il primo, 
oppure che quello si mostra di una certa utilità solo per 
dimostrare que-sto. Mamma mia! A un certo punto. Perché 
ebbe paura che si fosse ammalato con il professore di 
diabete, di tachicardia, di colpi al cuore di diversa 
soluzione e tragicità. La stessa che ebbe la sensazione di 
possedere dentro di botto. Quando l’altro si alzò, corse 
verso la finestra e disse qualcosa, dopo essersi allacciate 
le scarpe senza che ce ne fosse bisogno, ov-vero. 
«Usciamo? Facciamo due passi…» salvo poi a tirarsi 
indie-tro alla vista dai vetri del paesaggio urbano, quasi 
sera, illu-minato a dovere, ma anche flagellato da una 
pioggia battente che impediva una comoda camminata ai due. 
Clotildo guardava meravigliato e senza fiatare, aspettava il 
seguito. 
«…e dove andiamo con questo tempo?» aggiunse al 
dunque, infatti. 
Il ragazzo convenne. Era la verità. Non era il caso di 
uscire con tanta umidità in giro, neanche buona per la 
convale-scenza del signore in appena tolta vestaglia e di 
nuovo rimessa addosso. In tre secondi e senza soluzione di 
continui-tà. La stessa che mancò tra il discorso appena 
abbozzato e il susseguente. Fino a tarda notte. Quando venne 
il sonno al professore e la fame all’allievo. E che? Senza 
mangiare? 
«Vuoi cenare?» chiese allora mezzo dispiaciuto che 
l’altro ne avesse necessità. Quasi che fosse destinato, 
il pasto, solo agli esseri viventi e lui già 
nell’aldilà. Non del mondo che respira, ma di quello che 
si tocca e che attraversa gli spazi. Proprio per il fatto 
che non esiste.  
Dunque non si viaggia, solo impressioni estive, 
immaginazioni dovute alla luce. Ma quando viene 
l’oscurità? Ecco e dunque. Fu allora che scattò una 
certa idea in Clotildo, men-tre preparava due uova fritte. 
Anzi cotte nell’acqua, come prescritto dal dottore al 
curato, per via del pericolo della temperatura di fumo 
dell’olio. Anzi proibita persino la sigaretta, la pipa e 
tutto ciò che non fosse adatto all’alimentazione del 
corpo al professore in poltrona. 
Magari un po’ di moto serviva, ma domani, forse. 
E l’idea di Clotildo in cucina si riferiva alla notte, al 
buio, alla freschezza della sera, quando il sole non ti 
attanaglia e non ti morde sul collo più. Allorché ti 
vengono vicine le tene-bre, perché mai sempre e solo 
negative? No, anzi affettuose e buone. Come una mamma che ti 
avvolge con il suo mantello e ti copre per nasconderti. Come 
diceva quello di là, per i capelli.  
Quando le strade diventano deserte e si può passeggiare 
senza essere importunati, sereni, calmi, pacifici, come un 
mare che si gode l’assenza del maestrale. Quasi come la 
nebbia. Che ti fa diventare immobile anche se ti muovi, 
oppure credi, per il fatto di prima. Ecco allora è proprio 
così. Come la distanza e lo spazio che non esistono più. 
La notte e la nebbia. 
Mentre le uova, uno ciascuno per non andare oltre nelle 
economie del professore universitario, stipendio buono, ma 
anche spese, cavolo. Non esagerare con pasti sfarzosi. Lo 
ave-va ammonito sotto le parole, qualche minuto prima. Senza 
parlare ci si capisce tra fisici. Quelli che vivono tra le 
nuvole e dormono di giorno e viaggiano nelle oscurità, 
quando gli altri sognano. Oppure loro stessi se ne vanno tra 
pensieri e azioni che solo loro vedono, seppure. Quasi 
pronte. 
Nel suo, Clotildo ci aveva steso una lastra di pancetta 
af-fumicata. L’unica che aveva trovato nel frigorifero del 
signore in vestaglia. Poi. 
«Buon appetito» di entrambi, detto e ascoltato a 
vicenda.  
Due soli minuti per finire. E quello che non voleva cenare 
fu il primo a consegnare il piatto pulito. Tanto che chiese 
il bis.  
Clotildo si architettò a pulire ancora la dispensa. Ma non 
trovò di meglio che olio e spaghetti. Nemmeno l’aglio. 
Dunque un piatto di quelli senza altro condimento, appena 
unti per dare un sapore nostrano. Che gradì il pensatore. 
Gli suscitò anche qualche risata non prevista.  
«I piatti alla governante…» aggiunse, appena in tempo 
che pervenisse la richiesta del ragazzo impressionato. 
Perché quella operazione non gli andava giù. Era venuto 
per una visita non per lavare le stoviglie. Ma quando ti 
trovi con i matti, pensò, c’è da aspettarsi di tutto. 
Oddio, non proprio fuori di testa, solo che la usano in 
maniera diversa, ecco, diciamo così, per non offendere. E 
non andò oltre. Quasi voleva accendere il camino, il 
padrone di casa. Ma era tardi e se la cavò, il discepolo 
stanco. Che salutò abbracciando il suo amico.  
Si guardarono per un istante che non fu possibile misurare, 
data la fase di incoscienza della questione. Certo riferita 
allo spazio, ma anche temporale. Oltre quello fuori, la 
piog-gia. Proprio nell’argomento. Quando decisero di dire 
basta alla serata pazzesca. Parve quasi che stesse per 
sollevarsi il sole all’orizzonte. Oppure solo impressione 
anche quella. 
Clotildo scese tutte le scale di quel decimo piano del 
palazzo delle adiacenze di via Nomentana, la strada degli 
scienziati, si disse. E uscì all’aria che ancora 
pioveva. Eppure quei tre chilometri che lo distanziavano 
dalla Casa dello studente, nei pressi dell’università, 
gli parvero davvero che non esistettero. Tanto li camminò 
senza accorgersene. 

...