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gita è l'ottavo romanzo pubblicato da Raffaele
Castelli.
E' la storia di Aghan di origine armena e di Gilda che conosce in Italia e vuole sposare. Ma passano anni, a causa di problemi e incomprensioni, oltre che per il sogno del giovane di diventare ingegnere. E poi la gita, quella organizzata per andare a visitarlo, in quel paese sperduto tra le montagne dell'Asia, dove si resta più del necessario e ne capitano di tutti i colori. Il libro affronta in maniera simpatica il tema dell'emigrazione, dalla parte di chi la deve sopportare, e quello dell'amicizia che avvcina le persone fino a specchiarsi nell'altro e a condividerne la vita. Il linguaggio è semplice e divertente, le situazioni spesso comiche. Quindi buona lettura. Qui c'è un breve riassunto, la quarta di copertina, il sommario e le prime delle 300 pagine del romanzo. E' possibile acquistarlo in ogni libreria d'Italia, con il codice ISBN 978-88-488-0923-8, oppure direttamente via internet cliccando qui. ![]() RiassuntoSommario Capitolo
1 – Roma
Capitolo 1 – Roma (estratto, per scaricare il primo capitolo intero clicca qui) Quando scese dalla sua carrozza Aghan aveva il sedere piatto. Non per colpa delle tavole che aveva avuto come giaciglio anche durante la notte, ammesso che sapesse con precisione che ore fossero, ma per via del continuo sbattere delle natiche per i sobbalzi. Quelli non li aveva dimenticati, gli sarebbero rimasti nelle orecchie per tanto tempo ancora. Lo capì quando mise piede a terra, spostando quel carico di legname, assi piallati e pronti per fabbricare mobili, o case più propriamente, come sentì in mezzo turco dall’autista del passaggio. Sì, perché aveva chiesto di essere portato in Italia appena decise che quell’altra terra non doveva essere la sua meta. Troppe carte da riempire, a ogni minima mossa, per lui che pure aveva intenzione un giorno di diventare ingegnere, ma che ora era un semplice muratore, nemmeno tanto esperto per la giovane età. Quella stessa che lo aveva portato a Roma proprio quel giorno. Lo stesso che vide bianco mentre veniva aiutato a saltare giù dal cassone del camion, nascosto sul retro, in un cantuccio ben organizzato per altri trasporti umani, allora usato solo da lui, con somma soddisfazione per il maggiore spazio disponibile. Tutti i risparmi di alcuni mesi di lavoro sul Bosforo andati via in pochi giorni di viaggio. Per giunta senza vedere mai la luce del sole. Anzi senza essere ascoltato nemmeno se avesse avuto un qualcosa di cui lamentarsi. Che so, un attacco di ansia, claustrofobia, dolori di denti, gastrite, reumatismi o tenosinovite crepitante. Alle mani, alle dita, al pollice sinistro. A causa dell’acqua e del cemento, nelle giuste proporzioni, anche là, in Turchia, appunto. Che storia, ragazzi! Ma a che vai a pensare, si disse, in quel frangente, quando le case sparse e alte di Roma imbiancata gli apparvero davanti, di lato e anche sul retro. Sì, perché si girò varie volte per farsi capace che fosse davvero Italia, per lui clandestino, ma presto nuovo cittadino con l’aiuto di Karnig, suo zio, ormai romano da tempo, con moglie e figlie a carico, proprio là. Evviva, dopo un po’, battendo i piedi per sgranchirsi le gambe più che per il freddo. Quello lo conosceva benissimo con le temperature della sua Alaverdi, anche meno venti d’inverno. “La neve a me?” si disse. Neanche non l’avesse vista mai. Quella era solo un paio di centimetri alta, nemmeno chiamarsi tale, una pitturazione provvisoria delle strade, ecco che cos’era. Niente più. Vuoi vedere che domani non esiste? Tutto pulito? Ci puoi scommettere. L’autista gli indicò dove prendere l’autobus per andare verso il centro della città, di là, con la mano diritta, oltre il traffico piuttosto rumoroso, sull’altro lato della strada, dove c’erano quattro o cinque passeggeri meglio vestiti e senza scatole di bagaglio ad aspettare. Nemmeno sapeva parlare il turco, che so, una mezza parola di conforto, quando hai poco più di vent’anni è necessaria sempre. Oppure quello non conosceva neanche l’italiano. Chissà. Solo un cenno con il capo, tra i baffi che sbuffavano fumo e si erano anche da un pezzo aromatizzati con lo stesso delle sigarette, persino cambiato colore. Poi si era stretto addosso il giubbone imbottito, aveva aspettato ancora un po’ che Aghan avesse capito, si fosse messo in moto ed era tornato a guardare gli scaricatori del suo camion, un autoarticolato che aveva anche dovuto fare qualche manovra per entrare nel cortile dello scarico. Tanto che lo stesso unico passeggero aveva battuto con la testa sui lati, si era mantenuto a stento, anche se si era messo giù, come ormai sapeva quando si curvava con troppa rapidità o ripetutamente. Là dentro, nel cunicolo, la sua casa per alcuni giorni, nemmeno contati visto che non sapeva se fosse alba o tramonto, tempo di svegliarsi o di dormire, era rimasto in silenzio. Da almeno una settimana non scambiava parole e ne aveva davvero una gran voglia. Aveva completato le provviste, mangiate quasi al cento per cento. Oddio gli era rimasto un mezzo panino con il formaggio, ma troppo secco, l’uno e l’altro, per poterselo ancora sgranocchiare in un cantuccio anche con la fame che lo stava tuttora attanagliando. E che? Doveva pur finire il viaggio, poi a casa della zio, magari con un po’ di roba calda per lo stomaco e per i piedi. Quelli si erano congelati, nemmeno volevano saperne di andare dall’altro lato di quella benedetta strada che lo avrebbe portato verso la libertà. Almeno così riteneva, mentre pensava ancora. Ricordava. Quando doveva urinare o evacuare rifiuti del corpo. Allora c’era l’operazione di inserire quella specie di imbuto nel buco sul pavimento, che finiva nei pressi del serbatoio della nafta. Ne sentiva la puzza, anche se confusa con la sua. Il turco, mentre continuava a fumare imperterrito, gli aveva fatto capire, all’imbarco, che doveva servirsi dell’attrezzatura solo in caso di necessità e sempre durante la corsa, mai a motore spento o in fase di fermata. Non sia mai, guai per tutti altrimenti. E glielo aveva ripetuto almeno una decina di volte, perché non capiva bene la lingua, oppure perché gli rimanesse molto bene fisso nella mente. Quello aveva esperienza, aveva traghettato decine, o forse centinaia di profughi, di extra, di persone senza fissa dimora, o solo viaggiatori per caso. Non gliene importava nulla, purché pagassero. E il prezzo variava in base alle giornate, da come fosse la domanda anche, oppure solo dal tipo di carico a disposizione, quello vero. Quasi sempre legnami, aveva capito Aghan, ma non ne era sicuro. Aveva anche cercato di chiedere, ma non ebbe risposte adeguate, sempre per il cavolo della lingua non imparata in pochi mesi, quel turco che gli era ostico, certo anche l’autista silenzioso e solo rapace. Di avere soldi, di trafficare, di accumulare denaro e sofferenze. Degli altri. Poi pensò che, in fondo, era anche una specie di amico che lo aveva portato a Roma. Caspita, davvero, a Roma, dallo zio Karnig, che avrebbe incontrato a breve. Non lo vedeva da anni. Poi un lavoro, si sperava, per mandare un po’ di soldi a casa, nella sua Armenia dove aveva lasciato la madre e la sorellina sedicenne. Da quando era morto il papà non si dava pace senza riuscire a tirare avanti quella famiglia così tenera con lui, soprattutto allorché fosse diventato il capo, quello con i pantaloni. E dire che ce l’aveva messa tutta. Che colpa aveva se era stato cacciato dalla miniera di rame? Ecco. Il padre era stato posto in malattia per quella polvere schifosa che respirava ogni santo giorno, poi causa della dipartita. E lui, che era stato pure ammesso in vece dell’altro, aveva iniziato a starnutire di continuo, Poi sempre più, anche sangue dal naso e ricoveri per controllare. In ospedale, lavoro perso per i responsabili della miniera della zona, denaro buttato, secondo loro. E il licenziamento per scarsa resa. Quasi che fosse un mulo. Ecco, sì, un mulo, un animale da soma. “Ma io voglio fare l’ingegnere,… lo sanno quelli là?” si ricordò all’istante, mentre cercava, invano, di attraversare la strada piena di automobili. E mai nessuna che si fermasse per cortesia, o per gentilezza verso lo straniero. E non si accorgono delle difficoltà economiche o di comprensione della civiltà? Al diavolo. Aghan rimase così a pensare sul marciapiedi, non seppe quanto tempo, forse mezz’ora o più, finché una buona donna, una mamma di famiglia evidentemente, una donna minuta persa nel suo cappotto forse un tantino largo e lungo per il suo docile fisico, non disse qualcosa. Era la faccia bianca per gli sforzi e i dolori delle notti insonni che lo avevano fatto riconoscere come un tizio bisognoso di qualche cosa, anche di essere preso per mano per andare oltre, fermo come si trovava da un pezzo. Dunque. E ringraziò, dopo, una volta giunto in America, dall’altro versante del Bosforo, dopo il fiume, quale gli sembrò quella marea di motori accesi e in attesa di consumare tutta la benzina che avevano in corpo. E che? Possibile che ci sia tutta questa fretta? Pensò ancora nel guardare. Almeno si riempiva gli occhi. Ad Alaverdi le automobili si potevano contare sulle dita di una mano. Certo qui milioni di abitanti, metropoli, quasi come tutta l’Armenia messa insieme, zippata in un centro, addossata, stretta da mani potenti, eppure, chissà. Dove sarà meglio vivere. Provare e sperare. Quel tubo svasato in alto, all’interno del cassone del camion l’aveva usato spesso per il fatto dell’emozione. Certamente, propria quella. Considerato che non aveva nulla da fare, se non ascoltare il rumore dei pistoni potenti e fastidiosi dopo un po’. Nemmeno con dei tappi di carta riusciva a non sentirli. Poi c’erano le vibrazioni, Come te ne dovevi liberare? Al massimo potevi mettere sotto il sedere, ormai insensibile, qualcosa di tenero. E lo aveva fatto, una maglia, poi dei pantaloni di ricambio, ecco, la biancheria, diventata, probabilmente, scura e sporca per l’operazione di supporto fisico e mentale. Dunque ogni tanto, spesso, non sapeva contare il periodo, urinava dentro il vassoio di ferro collegato con l’asfalto. Opportunamente ritirato all’occasione, come aveva cento volte richiesto il turco fumante, e ripoggiato a un angolo. Tutta l’acqua approvvigionata prima dell’ingresso e della partenza da Costantinopoli, all’incirca cinque litri, in una lattina di plastica per evitare rottura di sorta nel viaggio e nelle scorribande del traffico extraurbano. Poi c’era una sorta di turacciolo di sughero da infilare nel buco, sempre su richiesta dell’autista e corriere, per attutire il motore, per evitare visite di gendarmi alla frontiera, per restare caldi dentro. Come no. Dovevano essere dalle parti del Montenegro, adesso proprio non sapeva bene la geografia dei luoghi, ma tanto per darsi un’idea, quando gli scappò di farla proprio mentre quello si fermava, il bestione. Anzi aveva iniziato un po’ prima, ma non era colpa sua se di botto aveva sentito il rumore dei freni nelle ruote, i fischi inconfondibili che gli dicevano di smetterla. E che? Così ti ritiri i pantaloni, dici al tuo didietro di chiudere bottega, la serranda, non automatica, di fermare tutto, all’improvviso e senza battere ciglio? Ma neanche per sogno! E fu. Così Aghan sbatté con la testa di lato, un colpo micidiale, anche per la durezza delle pareti. Cadde a terra, si rialzò, ricadde e si rialzò. Tre volte dietro le spinte incontrollabili dei sobbalzi e nel quasi buio del cunicolo. Certo ben fatto per struttura ossea, senza possibilità di essere schiacciato, per lui, dal carico di bestiame o di altro, separato ottimamente, per il costo del biglietto. Ma poi? Ecco, fu allora che sentì delle voci battagliare fuori. Lo scuotere dello sportello della cabina, lo scendere del turco, l’avvicinarsi di altri, frasi incomprensibili e qualche ululato. Perché un occhio si era anche soffermato a guardare quasi dal buco della serratura, quella insozzata, e che? Non volevi mica pulire anche la cloaca minima di quell’autobus! Così, dunque, la guardia si sorbì un qualche fetore e il turco una qualche alleggerita del suo portafogli. Ma i patti erano chiari: ognuno le sue responsabilità, anche penali, oltre che civili e di guadagno o di spesa. Vuoi vedere che doveva anche pagare il gasolio per il riscaldamento, l’armeno? Non se ne parla proprio, gli bastava il freddo che saliva dal basso per rattrappirlo. Dunque che non rompesse quello lì e vada a farsi benedire, se del caso. Poi si era ripartiti, ma la paura era stata comunque tanta e la sosta non programmata allo spurgo doveva aver fatto un qualche effetto sgradevole, ovvero generato solo un piccolo problemino di fegato, o di digestione. Sì, perché appena dopo Aghan si era seduto di nuovo sull’imbuto, questa volta ben tenendosi sulla struttura muraria della casa ambulante. Aveva anche dovuto concentrarsi per un piccolo sforzo occasionale, quello per ricominciare. Sai, l’intestino pigro, a volte, si comporta come crede, non risponde, non ubbidisce, se ne va per conto suo come i bambini discoli o gli adolescenti irrequieti. E lui, da poco superata l’età, lo sapeva bene. ...
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