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Test d’ingresso all’università italiana

11 Aprile 2014

Lo scandalo di Bari di questi giorni dimostra come sia fallace il sistema di ammissione alle facoltà, soprattutto di medicina. La legge che ha introdotto il cosiddetto numero chiuso risale al 1999, governo D’Alema, quando, con il n.264, si approvò la normativa di soli quattro articoli che stabiliva il perché occorresse un metodo per scegliere chi si potesse iscriversi al primo anno delle nostre università. E i criteri che avevano portato a tutto ciò, dichiarati nella stessa legge, riguardavano il numero di aule, i docenti, i laboratori e altre simili situazioni organizzative. Non si parla di lavoro, di necessità per la società di avere un certo numero di laureati o di altro di questo genere. Dunque la ragione era solamente tecnica, non politica.

Basta una semplice riflessione per dimostrare come la strada sia del tutto fuori logica, quella stessa che si sbandiera nei test: sarebbe come se non si mettessero in galera i delinquenti perché non ci sono le carceri dove ospitarli. Oppure si lasciassero morire i malati perché negli ospedali non c’è posto dove curarli.

Chiedo scusa, forse ho sbagliato ragionamento ed esempi. Mi sto accorgendo, mentre scrivo, che è davvero questa la logica della nostra attuale civiltà. In effetti molti deliquenti sono liberi e molti malati muoiono mentre cercano un medico. Dunque niente di strano se anche agli studenti non sia consentito di studiare, mentre si dice che l’Italia sia agli ultimi posti in Europa per numero di laureati. Infatti, l’Europa. Proprio da una sua direttiva partì la faccenda del test d’ingresso, specie per medicina. Stravaganza quando, invece, ci si lamenta di come siano pochi i medici che curano in altre parti del mondo. Quasi che fosse anche pecluso di andare a lavorare dove si desidera.

Ma andiamo un attimo di nuovo sulle motivazioni della legge n.264. Forse non si sa che esiste la rete? Quella chiamata internet? La telematica? Se si conosce questo nuovo modo di seguire una lezione, allora è anche possibile stabilire che chi supera il test, pensato da menti non del tutto equilibrate, possa seguire in aula e gli altri, liberamente, dai monitor dei propri pc, almeno per il primo anno. Poi a scorrere se gli esami non vengono superati.

Sarebbe follia? Molto minore di quella che stabilisce come si debbano scegliere gli studenti in 100 minuti di stress emotivo. Del resto è lo stesso Stato che dichiara, quest’anno non ancora, contraddizione nella contraddizione, chi sia “maturo”. Allora di che cosa si è maturi? Di presentarsi al test? Non di iscriversi a una facoltà che piace? Ci si chiede a che serve far studiare fino a diciotto anni, se non diciannove, i nostri ragazzi per poi abbandonarli come stracci vecchi al loro destino, perché questo significa consentire a un solo studente su sette di potersi iscrivere, per esempio, a medicina. Gli altri sei a zappare? Potrebbe essere un’idea ma non fategli studiare greco e latino, per carità di Dio e nemmeno tanti anni seduti ad appiattirsi il sedere per nulla.
La conclusione, per non farla lunga? Semplicemente che i test d’ingresso per il numero chiuso alle università italiane sia abolito, ci penseranno gli esami stessi successivi a stabilire chi sia adatto ad arrivare alla laurea.

Il mio primo anno di architettura eravamo una folla dentro un’aula che sembrava un cinema, qualche migliaio di persone che vociavano e non sentivano il professore che spiegava. Poi poche decine, fino a quando, con il professor Bonelli (Storia dell’architettura), a valle Giulia, a Roma, ci ritrovammo in due soli alunni, chiamiamoli così. La luce era spenta per permettere di poter vedere le proiezioni di immagini di chiese antiche sparse per tutta l’Europa. Si stuzzicava il sonno, la situazione era adatta a schiacciare un pisolino. A un certo punto un rumore sordo, la sedia con il pianale automatico si ribaltò sullo schienale e il ragazzo che era due o tre file davanti a me cadde. Morto, parve, invece addormentato. Piano piano si rialzò e se ne sgusciò via dalla sala senza farsi notare da Bonelli che si era appena distratto e aveva continuato la lezione. Così rimasi solo io a seguire. Poi ci fu l’esame. Risultato? Mi bocciò. Poi cambiai professore, mi sono laureato, sono diventato anche esperto di archeologia dei popoli italici.
L’Europa non deve insegnarci nulla con le sue direttive. Noi abbiamo una diversa civiltà, la nostra storia è umanistica e tutta la scienza che ne sia derivata è partita da quella struttura mentale di base. Altrove non hanno avuto Roma, il nostro medioevo, il Rinascimento, un essere come Leonardo da Vinci, nemmeno il nostro Mediterraneo con le sue più antiche civiltà. L’Egitto, per cui non ancora ci sono spiegazioni sulle costruzioni delle piramidi nel secondo millennio a.C. quando non esisteva il ferro. Oppure le sculture grece del quinto secolo avanti Cristo, le mura ciclopiche delle città sannitiche ancor prima di Roma, lingue da scoprire, l’osco.

Si potrebbe continuare all’infinito, in Italia esiste la stragrande maggioranza del patrimonio artistico e storico mondiale. Gli studenti italiani devono essere lasciati liberi di andare avanti, magari sarebbe da riformare la scuola, partendo dai professori. Qui, ora, tutto al contrario: si chiudono le porte delle università per migliorarle. Una sciocchezza che segue la stessa logica perversa delle domande ai quiz, quasi che fosse la famosa patente di jettatore che molti studenti del liceo sapranno e non chi, dall’Inghilterra, ha preparato le domande d’ingresso.

Test d’ingresso all’università

19 Marzo 2014

Non è molto chiaro perché mai si siano prima costruite università in ogni regione d’Italia e poi si vuole impedire agli studenti di accedervi. Il test d’ingresso è una vera e propria sciagura per i giovani che sono arrivati al diploma, anche questa volta con una logica stravagante che desiderebbe la cultura e poi la negherebbe. Perché si costringe a un ragazzo di dover andare a scuola fino a 18 anni? Non è sufficiente che sappia leggere e scrivere e fare due conti? Chissà quanti, alla fine del liceo, non sanno ancora la differenza fra una misura lineare, una quadrata e una cubica. Per non dire di altro. Quanti professori non sanno come insegnare l’italiano, ora confondendolo con le regole della matematica, che non sono opinabili, altre volte parlando di forma che, evidentemente, non sanno che cosa sia. Lo possono sapere i loro alunni?

Così si arriva al test d’ingresso alle varie facoltà, o come si dovrebbero chiamare oggi, delle nostre università. E si tagliano le gambe a chi aveva sogni e passioni. In genere uno su sette supererà la prova. E gli altri che faranno? Ho provato anche io, laurea in architettura con ottimi voti, a rispondere a qualche test di questi anni. Non sempre mi è riuscito raggiungere un punteggio valido all’ingresso in medicina. Significa che sono ignorante? E non potrebbe essere che le domande siano prive, quelle di logica, di logica? Non è chiaro a cosa si riferisca, ad esempio, la dicitura che bisogna capire l’errore con riferimento a un passaggio appena letto. Cioè sarebbe da trovare che cosa ci sia di sbagliato sopra o sotto, nelle risposte elencate, rirpetto a quanto detto sopra? No, affatto. Il linguaggio, non soltanto in questo caso, è ridicolo, altro che logico. Meno che mai per farsi capire da chi ha solamente diciotto o diciannove anni.

Non ne parliamo delle domande di cultura generale che potrebbero anche definirsi di sciocchezze, anche se non sempre, televisive. Quando vorrà un governo di questa Italia ricca di storia e di archeologia e di arte, capire che i test d’ingresso, durata novanta minuti per giudicare un alunno che ha studiato anni sui libri, sono da eliminare? Non è questo il modo per scegliere il merito. La valutazione, concetto quanto mai complicato, lo sanno bene gli architetti come me che devono stimare un bene, deve essere spostata su altri parametri che possono dedursi, nel caso, anche dalla scuola frequentata, quando ci saranno metodi e sistemi identici in tutta la nazione.

Credo che se fossimo nel famoso sessantotto le università sarebbero occupate da mesi, se non da anni, contro questa stupidità dei test. Non sarebbe meglio dire ai ragazzi che non ancora hanno vent’anni di andare a zappare la terra? Non si usino giri di parole, perché questo è il concetto che, logicamente, si deduce.

Che torni di moda l’onesta?

6 Maggio 2013

Che disastro i grillini in parlamento! Nemmeno dovrebbero avere il coraggio di chiamarsi ancora con il nome di Grillo. Era lui che parlava di onestà, di contratto, di come far rispettare il volere degli elettori anche dopo che si è eletti, di come cambiare tutto: TUTTI A CASA: Che motto! Ora anche coloro che vogliono il tesoro di Tolkien dovrebbero trarne le conseguenze: a casa, senza fiatare che qualcuno potrebbe ripensarci e agire in merito. La diaria? Ora sono cominciati i distinguo, secondo il guadagno precedente, la distanza, la zona, e altre stupidaggini che non hanno alcun senso. Ma sanno costoro quanti sono in grado di fare meglio di loro e a costi inferiori? Si sapeva tutto già, da come si erano comprati il vestitino nuovo e da come erano andati dal barbiere appena dopo i primi soldi dello stipendio, altro che 5000 euro lordi!

Ma poi? Ci sarebbero oltre 3000 euro per le spese telefoniche? Non si sa che esistono abbonamenti con pochi euro al mese verso tutti? Cadono le braccia.

Beppe Grillo dovrà sperare che ci siano subito nuove elezioni e che il presidente Napolitano non si affidi a questi signori che non chiamano onorevoli, giustamente, che cambiano idea secondo convenienza, per reggere un governo di un’Italia a pezzi, soprattutto dal punto di vista morale. Se si vuole che torni di moda l’onestà, bisogna scegliere nuove persone, nuovi candidati, francescani, seri, umili, coraggiosi e con ben altre aspirazione nella testa. Voi altri vergognatevi!

Quante volte sul sito di Grillo mi hanno apostrofato come un cialtrone. Ebbene, coloro che lo hanno scritto adesso guardino i loro rappresentanti. Avevo capito subito con chi avevamo a che fare, e non mi riferisco a chi ha parlato di buoni principi, anche se con un linguaggio non sempre appropriato. Ancora si può salvare qualcosa ma adesso ci vuole davvero fantasia.

Vomitoria

30 Aprile 2013

Nerone, considerato da molti un pazzo, aveva una stanza chiamata vomitoria. Un luogo dove si poteva vomitare tutto ciò che si era mangiato per poi continuare a cibarsi allegramente di tutto ciò che piaceva. Un pazzo, appunto! Andiamo a capo.

Vedo sulla carta stampata, sulla tv e su internet delle pubblicità a particolari prodotti che promettono di poter dimagrire allo stesso modo: allegramente. Allora mi chiedo a che cosa serva mangiare oltre, soprattutto quando una buona parte della popolazione mondiale soffre la fame, ne muore, e quando il nostro paese vede crisi di tal genere che molti preferioscono suicidarsi per dignità! Certo, un loro modo di intendere la dignità, di fronte a chi pensa che deve avere pure una certa linea del fisico. Non anche della mente?

Chi legge questo breve messaggio sappia valutare chi sia il pazzo nella storia.

La Carta del Cliente

24 Aprile 2013

Ho appena letto dal sito della Vodafone, che mi manda fatture con addebiti di servizi di cui mai ho usufruito, un articolo sulla cosiddetta Carta del Cliente. Vediamo cosa c’è scritto:

Lo strumento della Carta del Cliente, introdotto dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 gennaio 1994, trova ulteriore disciplina nelle leggi 11 luglio 1995, n. 273, 14 novembre 1995, n. 481, 31 luglio 1997, n. 249, decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, del decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 e, con specifico riguardo al settore delle comunicazioni, nelle delibere dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, quella del 24 luglio 2003, n. 179 (Approvazione della direttiva generale in materia di qualità e carte dei servizi di telecomunicazioni ai sensi dell’articolo 1, comma 6, lettera b), numero 2, della Legge 31 luglio 1997, n. 249) e quella n. 104/05/CSP (Approvazione della direttiva in materia di qualità e carte dei servizi di comunicazioni mobili e personali, offerti al pubblico su reti radiomobili terresti di comunicazione elettronica, ai sensi dell’articolo 1, comma 6, lettera b), numero 2, della legge 31 luglio 1997, n. 249).

E si parla pure di trasparenza! All’anima che razza di italiano e di interpretazione dei concetti! Che cosa si dovrebbe capire? Trasparenza, appunto, non opacità, che sarebbe più corretto. Vodafone risponderebbe che così sono le normative al riguardo. E, magari, si nasconde dietro questi fattori per non mostrare al cliente che cosa gli sia capitato e come difendersi. Bene, anzi malissimo. Perché se qualcuno pensa di poter usare un abbonamento con addebito su carta di credito, ha passato i suoi guai. L’unica cosa da fare, in questi casi, se non si vogliono ricevere cattive sorprese, è disdire tale tipo di abbonamento. Ossia l’uso della carta di credito come cassaforte da dove prelevare, da parte del rivenditore, senza controlli.

Qualcuno prova a fare la cosiddetta disputa del pagamento e ricorrere alla propria banca? Ebbene ci ricaverà poco, anzi nulla, se esiste una fattura di determinati servizi. Non importa se essi non siano mai stati richiesti e mai nemmeno erogati. Resta la denuncia alle autorità, oppure al CORECOM. Ma le strade sono difficili da percorrere, o almeno lente. Molto meglio non usare la carta di credito per far effettuare da terzi prelievi su abbonamento. E’ un consiglio da seguire.

I catafalchi

15 Aprile 2013

Una questione ancora irrisolta di Grillo e del suo movimento è che in esso manchi la coerenza. Un esempio? Eccolo.

Si sono svolte le votazioni online per proporre i candidati a presidente della repubblica. Ebbene, andiamo a vedere chi sono i dieci scelti dal popolo di M5S. Tra essi ci sono due catafalchi della vecchia politica che si chiamano Prodi e Bonino. Sempre con riferimento ai personaggi che hanno governato, in un modo o nell’altro, la cosa pubblica e senza parlare della persona in sé. Dunque, vale adesso il motto “tutti a casa” oppure c’è una sospensione quando si tratta di nostra sorella? Come si dice dalle mie parti se si fa la spia alle coppiette.

Non vale, ho capito. Non tutti a casa, solo alcuni che non si sa bene chi siano. Da scegliere secondo il momento storico e non secondo una studiata strategia valida sempre e comunque, come dovrebbe essere. Ora è anche chiaro il motivo per cui è difficile scrivere sul blog di Grillo: troppi grilli, al minuscolo, che sono capaci, in tanti, di offendere e di non avere lucidità mentale per discernere ciò che significa concetto generale da ciò che è il battito cardiaco personale. Il cuore batte a sinistra? Ma Grillo lo ha detto svariate volte che si cambi voto. Ecco, alle prossime e vicine elezioni il Movimento 5 Stelle faccia pulizia dentro di sè. Ce n’è molto bisogno. Anzi, mandi a casa anche coloro che non sono in grado di essere da una parte politica, sempre e soltanto. I tanti che danno ragione a Berlusconi quando li chiama bambini allo sbaraglio, o una cosa del genere.

Vegetariani

3 Aprile 2013

I vegetariani non mangiano carne. Qualcuno per motivi religiosi, altri per questioni morali, altri ancora per moda. Dispiace dirlo, ma succede anche questo. Nessuno che abbia una visione globale e organica della realtà. Ci vuole coerenza, mi pare.

Quando chiedi se usino insetticida o trappole per topi, si trovano in difficoltà, oppure se chiedi se lascino fare ai microrganismi della muffa, non sanno cosa dire. E non ne parliamo se provi a inventarti che anche le piante possano avere dei sensi, chiamiamoli così. Ma vediamo quale insidia di logica si nasconda dietro una semplice abitudine alimentare.

Si spera che non si debba parlare di scarpe di pelle per costoro, oppure di cosmetici e di medicine, che sanno tutti come derivino direttamente o indirettaente dagli animali, non fosse per la sperimentazione delle case farmaceutiche sui topi e su altri esseri. Lasciamo stare queste eventualità, andiamo oltre, più nel profondo. Gli stili di vita.

Che provino a fare, i vegetariani, un semplice test che gira anche sulla rete per controllare quante Italie, se non quanti Mondi, occorrerebbero per consentire a tutti gli abitanti di vivere con lo stesso livello di consumi. Che tipo di consumi? Tutto, non soltanto la carne, ovviamente. Perché tutto si produce in qualche maniera ed emette CO2 nell’ambiente, tonnellate all’anno per ciascuno di noi. Ne vedremmo delle belle. L’impronta di CO2, ossia l’emissione totale annua di anidride carbonica conseguente all’uso dei trasporti, degli apparecchi delle nostre case, dei vestiti, dell’alimentazione, seppure priva di carne perché si è vegetariani. Che succede? Non si deve parlare anche di quell’altra bestia che è l’uomo? Non si dimentichi che anche noi siamo animali. E l’anidride carbonica generata dai consumi esagerati allarga il buco dell’ozono, sempre più in quanto gli alberi presenti sulla terra non sono inn grado di assorbirla. Potremmo essere destinati alla distruzione, quando non saremo più protetti dai raggi nocivi del sole.

Chi pensa soprattutto all’animale uomo può dichiararsi vegetariano, adattando i suoi personali consumi e il proprio stile di vita. Gi altri che si facciano un esame di coscienza e vedano dentro di sé che cosa sia questa scelta di non mangiare carne. Potrebbero scoprire di non vivere secondo un comportamento logico e organico.

Il resto è noia, diceva il Califfo!

Il mancato accordo con il PD da parte di Grillo

31 Marzo 2013

In questi giorni si assiste a una ondata di critiche, sul blog di Grillo, per il mancato accordo con il partito democratico sulla formazione del nuovo governo. Parolacce a non finire, maledizioni a Grillo e a chi ha fatto votare per un movimento che sta deludendo. E giù una lunga serie di errori dei nuovi parlamentari.

Tutto quasi vero. Gli errori ci sono stati, ma al contrario di come si vorrebbe far intendere nei commenti. Il primo di essi quando si è votato Grasso: una chiara contraddizione del principio di non partecipare agli inciuci di potere e di mandare a casa tutti. Anche quelle persone che sono apparse, giustamente, come foglie di fico. Basta leggere i sorrisi dei signori che hanno beneficiato di tutto ciò. Che cosa c’è da ridere in un periodo così drammatico?

Il resto, le critiche a Grillo, sono soltanto maldicenze di chi avrebbe dovuto votare, nel caso, PD alle scorse elezioni. Per quale motivo avrebbero affidato, invece, il loro voto a. M5S? Ammesso e non concesso che sia proprio così. Non pare possibile che si cambi idea dopo soltanto poche settimane e si mandi al diavolo chi è sembrato un innovatore. Che possa avere sbagliato è possibile, ma non che abbia già, così presto, tradito. In fin dei conti si era sempre detto di non appoggiare nessun governo con i partiti tradizionali, compreso quello cosiddetto democratico. Dove sarebbe la novità e il tradimento? Che si accusino di mancanza di esperienza i parlementari del M5S, ma non altro, almeno non ancora.

Sembra, altresì, che il blog sia stato aggredito, più di quanto non sia stato previsto, da personaggi che nulla hanno a che fare con il movimento di Grillo con l’obiettivo di renderlo inefficace, improponibile come metodo politico e destinato alla scomparsa, o almeno alla perdita di visitatori e di voti finali. Tutto questo, però, dimostra l’esatto contrario: la paura che soprattutto il PD, giacché sono molto maggiori quelli che trattano di argomenti relativi a tale soggetto, perda ulteriormente terreno a favore di M5S.

Dunque la strada è buona, è necessario solamente procedere a un controllo superiore sui commenti che, palesemente, tendono a sminuire il valore delle proposte costruttive per Grillo.

La decrescenza felice

30 Marzo 2013

Un responsabile del partito di Monti ha detto, ultimamente in tv, che già abbiamo troppa decrescenza in Italia e non ne occorre dell’altra. Una professoressa italiana che insegna in Inghilterra, molto vicina al movimento di Grillo, ha, invece, suggerito di modificare il termine che è alquanto infelice. Il fatto è che i principi di 5 Stelle non sono elencati nel non-statuto, forse perciò chiamato tale, e spesso sono riconducibili solamente a ciò che esprimono coloro cghe hanno fondato il blog relativo e tutto il resto.

Da un lato sembra anche logico, ma dall’altro genera confusione in chi vuole capire o criticare. Perciò la decrescenza felice appare molto confusa nella mente di chi non appofondisce. Ci dovrebbe pensare Grillo o Casaleggio, qui voglio avere la presunzione di spiegarmela.

Probabilmente il termine descescenza non è del tutto appropriato per la ragione che non si tratta di tornare indietro in maniera assoluta. E’ come se, invece, avessimo capito di aver sbagliato strada e avessimo la necessità di ricominciare dall’ultimo bivio. Quindi tornare non per fare un cammino a ritroso, quanto per imboccare il giusto percorso della nostra civiltà. E dove si trova questo bivio? Nel punto in cui abbiamo abbracciato il consumismo a piene mani, quando abbiamo ammucchiato montagne di rifiuti, quando si è deciso di costruire dovunque, invadendo il territorio di edilizia, quando si è pensato che si poteva percorrere velocemente una strada che soltanto all’inizio era vantaggiosa. Ed ecco qui il vicolo cieco dal quale bisogna uscire. Decrescere in questo senso per crescere davvero, per ritrovare la dignità, come l’onesta, come l’umanità, quella che faceva le genti di pochi decenni fa molto più allegre di oggi. E chi se ne importa di avere più telefonini, o oggetti molto simili ai precedenti ma più alla moda. Chi se ne importa di possedere due o tre case, di avere a disposizione un SUV, un motorino, due computer, cinque televisori e poi la mente vuota di contenuti. Il prezzo potrebbe essere anche di restare senza lavoro. Non esiste più l’artigianato.

Ecco una proposta molto interessante: l’artigianato. Quando torneremo al quel bivio, dove si è distrutto l’artigianato, allora si ritroverà una parte di quella felicità persa. Quando chi studia sa che lo Stato non ha buttato i soldi per pagare le università e i professori, per costruire un professionista che non lavererà mai, allora si ritroverà un altro pezzo di umanità. Che nessuno resti indietro! Quando anche il lavoro sarà fatto dagli uomini perché vi è un limite invalicabile all’automazione. L’obiettivo finale non è quello di eliminare del tutto la nostra presenza su questa terra, quando molti di noi hanno tuttora sete e fame, e muoiono senza sapere nulla di ciò che è oggetto dei nostri dibattiti. Automatizzare anche la vita?! Povertà, come predicava san Francesco, al quale Grillo si ispira, deve significare umiltà e giammai sofferenza e distruzione. La decrescenza, il cammino inverso, perciò, fino al bivio, è questa.

Il TAV e una politica organica sulle costruzioni

26 Marzo 2013

A favore e contro il treno ad alta velocità si esprimono, secondo le circostanze, un po’ in vari partiti politici. Come sul ponte sullo stretto di Messina. Si parla di tempo di crisi, di opere inutili, di perdite di denari, rispetto ai benefici, e di paesaggio. Nessuno che faccia un discorso organico sulle nuove costruzioni, che debba comprendere non solamente grandi opere pubbliche, quanto pure quelle private. Vediamo se altri hanno il coraggio di dire ciò che si sostiene in questo articolo.

Parliamo dell’Italia, per non ingigantire il ragionamento. Dunque, il medioevo ha fatto tutto ciò che vediamo nel nostro paese, le città, soprattutto. Di abitazioni c’è stato ancora bisogno grazie all’aumento della popolazione, di fabbriche con l’avvento dell’energia elettrica. Poi? Oggi non esiste più un aumento di popolazione. Semmai bisognerebbbe pensare a come evitare che essa, altrove, continui ad aumentare. La terra non è sufficiente per più di quanti già siamo. Che ragione c’è di continuare a costruire? Sì, proprio a costruire, non soltanto linee TAV e ponti e strade, quanto proprio case, che non occorrono per la gente che non c’è? Ci vorrebbe una moratoria, se non proprio una legge che tratti del divieto delle nuove costruzioni, quando non estremamente necessarie. Quanti fabbricati pubblici si vedono abbandonati? E quante case sfitte e quanti centri urbani disabitati?

Certo, il secondo punto è un riequilibrio territoriale. Esso sarebbe possibile solamente se si pensa a un coefficiente di zona, come è stato illustrato in un altro articolo di questo blog. Potrebbe essere la politica organica di Grillo, quella che, per ora, non ha il suo movimento.

Non sarebbe, logicamente, possibile bloccare l’industria edilizia in questa maniera. Ci sono, però, tantissimi lavori da fare su ciò che esiste: le manutenzioni, le ristrutturazioni e, soprattutto, le opere per rendere questa nostra nazione più sicura contro i terremoti, se non contro le inondanzioni e le frane. Il risultato sarebbe di molti meno lutti e di tantissimi risparmi rispetto alle ricostruzioni dopo gli eventi distruttivi.

Basta così. Pochi principi che siano tra loro organici. Del resto nel mondo del digitale è anche incredibile che ci si debba affidare a una comunicazione ancora di mentalità ottocentesca. Le merci? E per quale motivo dovrebbero essere ancora di più e più rapide di quanto non siano oggi? Si cresce soprattutto nello spirito, non nell’aumento dei consumi. Quando ci sono popoli, nel mondo, che hanno ancora sete e fame.


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