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La decrescenza felice


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Un responsabile del partito di Monti ha detto, ultimamente in tv, che già abbiamo troppa decrescenza in Italia e non ne occorre dell’altra. Una professoressa italiana che insegna in Inghilterra, molto vicina al movimento di Grillo, ha, invece, suggerito di modificare il termine che è alquanto infelice. Il fatto è che i principi di 5 Stelle non sono elencati nel non-statuto, forse perciò chiamato tale, e spesso sono riconducibili solamente a ciò che esprimono coloro cghe hanno fondato il blog relativo e tutto il resto.

Da un lato sembra anche logico, ma dall’altro genera confusione in chi vuole capire o criticare. Perciò la decrescenza felice appare molto confusa nella mente di chi non appofondisce. Ci dovrebbe pensare Grillo o Casaleggio, qui voglio avere la presunzione di spiegarmela.

Probabilmente il termine descescenza non è del tutto appropriato per la ragione che non si tratta di tornare indietro in maniera assoluta. E’ come se, invece, avessimo capito di aver sbagliato strada e avessimo la necessità di ricominciare dall’ultimo bivio. Quindi tornare non per fare un cammino a ritroso, quanto per imboccare il giusto percorso della nostra civiltà. E dove si trova questo bivio? Nel punto in cui abbiamo abbracciato il consumismo a piene mani, quando abbiamo ammucchiato montagne di rifiuti, quando si è deciso di costruire dovunque, invadendo il territorio di edilizia, quando si è pensato che si poteva percorrere velocemente una strada che soltanto all’inizio era vantaggiosa. Ed ecco qui il vicolo cieco dal quale bisogna uscire. Decrescere in questo senso per crescere davvero, per ritrovare la dignità, come l’onesta, come l’umanità, quella che faceva le genti di pochi decenni fa molto più allegre di oggi. E chi se ne importa di avere più telefonini, o oggetti molto simili ai precedenti ma più alla moda. Chi se ne importa di possedere due o tre case, di avere a disposizione un SUV, un motorino, due computer, cinque televisori e poi la mente vuota di contenuti. Il prezzo potrebbe essere anche di restare senza lavoro. Non esiste più l’artigianato.

Ecco una proposta molto interessante: l’artigianato. Quando torneremo al quel bivio, dove si è distrutto l’artigianato, allora si ritroverà una parte di quella felicità persa. Quando chi studia sa che lo Stato non ha buttato i soldi per pagare le università e i professori, per costruire un professionista che non lavererà mai, allora si ritroverà un altro pezzo di umanità. Che nessuno resti indietro! Quando anche il lavoro sarà fatto dagli uomini perché vi è un limite invalicabile all’automazione. L’obiettivo finale non è quello di eliminare del tutto la nostra presenza su questa terra, quando molti di noi hanno tuttora sete e fame, e muoiono senza sapere nulla di ciò che è oggetto dei nostri dibattiti. Automatizzare anche la vita?! Povertà, come predicava san Francesco, al quale Grillo si ispira, deve significare umiltà e giammai sofferenza e distruzione. La decrescenza, il cammino inverso, perciò, fino al bivio, è questa.

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